domenica 28 giugno 2015

Anita Ekberg

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Silvia Ragni che appare sul n° 88 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

La scena in cui nei panni di Sylvia, provocante diva svedese, fa il bagno nella Fontana di Trevi sussurrando invitante “Marcello, come here, Hurry up!”, rimane tra le più leggendarie della storia del cinema.

Biondissima, voluttuosa, i lunghi capelli sciolti sulle spalle e un abito da sera nero con scollatura a cuore indosso, insieme a Marcello Mastroianni dà vita ad un’iconica e intensa sequenza che entrerà indelebilmente a far parte dell’immaginario collettivo associato a La dolce vita, pellicola felliniana che coincise, per Anita Ekberg, con il boom della notorietà internazionale.

Classe 1931, svedese di Malmo, Kerstin Anita Marianne Ekberg di Federico Fellini fu musa e incarnazione di una sensualità potente ma venata di candore, detentrice di un appeal nordico che evocava una carnalità consapevole, scevra da malizia, spontaneamente seduttiva.

La carriera di “Anitona”, come la soprannominò affettuosamente il regista riminese, inizia quando viene incoronata Miss Svezia nel 1950. Sesta di otto figli, modella e indipendente sin da giovanissima, la Ekberg non esita a trasferirsi negli Stati Uniti per concorrere, l’anno dopo, al titolo di Miss Universo: non lo vince, ma rientra tra le sei finaliste e viene dunque – come da prassi dell’epoca – scritturata dalla Universal Studios che la iscrive ad una serie di corsi di recitazione, dizione, danza, scherma ed equitazione.

Come ammetterà scherzosamente molti anni dopo, Anita alle lezioni di recitazione preferisce – tra un’apparizione e l’altra in film quali Viaggio sul pianeta Venere con Gianni e Pinotto e La spada di Damasco, risalenti entrambi al 1953 - le spensierate escursioni a cavallo sulle colline hollywoodiane.

La sua bellezza prorompente, oltre a folgorare il produttore Howard Hughes, la eleva immediatamente a protagonista dello show-biz e di chiacchierate love-story con divi del calibro di Yul Brinner, Tyrone Power e Errol Flynn, molto appetite dalla cronaca rosa.
Sono il gossip e le trovate pubblicitarie a far decollare, inizialmente, la sua carriera: celebrata pin up, Anita Ekberg frequentemente appare in testate scandalistiche come ‘Confidential’, mentre la sua attività di modella prosegue ininterrotta, non disdegnando le pagine di ‘Playboy’.

Il successo cinematografico arriva nel 1955 con Artisti e modelle, un film di Frank Tashlin in cui affianca Dean Martin e Jerry Lewis.

Con il celebre duo comico torna a lavorare l’anno dopo – stavolta come protagonista - in Hollywood o morte!, dello stesso regista: la pellicola le vale un Golden Globe come ‘miglior attrice emergente’ e un ruolo in Guerra e pace (1956), il kolossal che King Vidor si accinge a girare in Italia.

Per la prima volta a Roma, inclusa in un cast stellare che vanta i nomi di Audrey Hepburn, Henry Fonda e Mel Ferrer, la Ekberg ricorderà con parole emozionanti il suo impatto con la città eterna: “Un periodo indimenticabile, abitavo in un albergo a Trinità dei Monti, Roma si offriva allo sguardo in tutta la sua maestosità, non c’era il caos di oggi, in poco tempo arrivavo a Cinecittà guidando la mia Mercedes decappottabile, i capelli al vento”, ha dichiarato nelle sue ultime interviste.

Intervallato da svariate produzioni internazionali alle quali nel frattempo prende parte - pellicole tra le quali risaltano Ritorno dall’eternità, La camera blindata e Zarak (datate 1956) seguite da International Police (1957), La donna del ranchero (1957) e Paris Holiday (1958) - il feeling che scocca tra l’attrice svedese e la capitale d’Italia la condurrà, nel 1959, al ruolo di protagonista di Nel segno di Roma, diretto da Guido Brignone e Michelangelo Antonioni.

Ed è proprio durante il suo “periodo romano” che Anita Ekberg viene notata da Fellini: definendola una “gloriosa apparizione”, il regista riminese le affida il ruolo di Sylvia ne La dolce vita (1960), il film che segnerà la definitiva svolta nella sua carriera cinematografica.

Tratteggiando il ritratto di una Roma gaudente, beneficiata dal boom economico e dal significativo appellativo di “Hollywood sul Tevere”, il regista narra l’ infatuazione di Marcello (Marcello Mastroianni) - un giornalista scandalistico - per Sylvia, movie star svedese che corteggia con lo sfondo di paparazzi, night club ed incantate atmosfere delineando tutto un mood epocale che viene  riassunto nel titolo del film.

In pochi sanno che, per la famosa scena del bagno nella Fontana di Trevi, Federico Fellini si ispirò a un episodio reale: pare infatti che tempo addietro, dopo una scatenata serata danzante trascorsa in un night, la Ekberg avesse immerso i suoi piedi doloranti nella Fontana di Trevi in cerca di refrigerio. Un’azione prontamente immortalata dal fotografo Pierluigi Praterlon, grande amico della diva, la cui foto venne pubblicata dalla rivista Tempo Illustrato

domenica 14 giugno 2015

Ricordo di Maurizio Arcieri

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Luca Selvini  che appare sul n° 88 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

«Quando morirò non cambierà nulla per la musica italiana. Spero di cambiare qualcosa per la musica celeste» - Maurizio

Lo scorso 29 gennaio a Laveno, in provincia di Varese ci lasciava per sempre a causa di un male incurabile Maurizio Arcieri, popolare cantante, performer e ideatore di programmi televisivi conosciuto anche con il solo nome di Maurizio.
Era nato a Milano il 30 aprile 1942 e da anni viveva con la moglie Cristina Moser in una casa di Castelveccana, nell’Alto Varesotto, anche se era sempre attivo artisticamente con i Krisma, il duo da lui fondato insieme a Cristina.

La sua carriera prende il via nei primissimi anni sessanta con alcune esperienze amatoriali come cantante, e nel 1964 dà vita al gruppo beat dei New Dada con Renato “Renè” Vignocchi e Franco Jadanza (chitarre), Ferruccio “Ferry” Sansoni (organo), Giorgio Fazzini (basso) e Riki Rebaioli (batteria), sostituito poi da Franco “Pupo” Longo, in precedenza con il gruppo dei Dandies.

Dopo aver firmato un contratto per l’etichetta Bluebell e stretto un rapporto manageriale con l’impresario Leo Watcher, i New Dada fanno da spalla ai Beatles durante le tre date della loro tournée italiana del giugno 1965 esibendosi a Milano, Genova e Roma e incidono nel giro di un anno e mezzo una serie di 45 giri di successo, tra cui L’amore vero, Batti i pugni, I’ll go crazy, più un LP.

Un litigio tra i componenti e una disputa legale portano però allo sfascio del gruppo alla fine del 1966; Arcieri e Pupo Longo riorganizzano i New Dada con il bassista Giandomenico Crescentini, il chitarrista Gilberto Ziglioli e l’organista Roberto Rossetto e nella primavera successiva esce il 45 giri Lady Jane/T’amo da morire attribuito però al solo Maurizio, in pratica la band a questo punto cessa di fatto di esistere e il cantante inizia la sua carriera da solista.

Dopo un ultimo singolo per la Bluebell intitolato Ballerina (cover di “Pretty Ballerina” dei Left Banke) Maurizio firma un contratto con laJoker e incide Il comizio (di Maurizio); nel mese di maggio del 1968 incontra e stringe amicizia con Jimi Hendrix in tour in Italia poi in giugno partecipa al Disco Per L’Estate e ottiene un grandissimo successo con la canzone Cinque minuti e poi... presentata nelle serate dal vivo in tutta Italia con l’accompagnamento del gruppo inglese dei Dave Anthony’s Moods.

Nei due anni successivi realizza una manciata di singoli fortunati come Elizabeth,  24 ore spese bene con amore (“Spinning Wheels” dei Blood Sweat & Tears) e L'amore è blu… ma ci sei tu; in questo periodo, all'apice della popolarità intraprende la carriera di attore di fotoromanzi recitando anche nel film “Quelli belli siamo noi” uscito nel 1970, dove compare anche il gruppo spalla formato da musicisti neri con alla batteria Steve Ferrone, e sempre in quell’anno viene pubblicato il suo primo LP da solista intitolato semplicemente “Maurizio” edito dalla Polydor, l’etichetta alla quale nel frattempo il cantante si è legato e che in pratica raccoglie tutti i singoli precedenti.

Il nuovo decennio si inaugura con una produzione discografica orientata sempre di più verso un suono pop raffinato e ben costruito, ben espresso in brani come Il Mare tra le mani o L’uomo e la matita, entrambi realizzati nel 1971, poi due anni dopo viene dato alle stampe il 33 giri “Trasparenze” un lavoro interessante che intreccia pop, sperimentazione, spunti jazzistici e rock progressivo.

..continua sul n°88 di Jamboree Magazine.  








  


sabato 30 maggio 2015

LAUREN BACALL

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Agostino Bono che appare sul n° 88 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

Betty Joan Perske nacque, da genitori ebrei, il 16 settembre 1924 a New York. La madre, Natalie Weinstein Bacal, era nata in Romania, ed il padre, William Perse, negli Stati Uniti da genitori polacchi. 

La coppia divorziò quando Joan era ancora una bambina. Il padre, rappresentante di apparecchi medici, abbandonò, ben presto, anche la figlia, per cui fu la madre a prendersi cura della piccola Betty. 

Agli inizi degli anni trenta, le due si traferirono a Brooklyn, dove, grazie al supporto economico di alcuni zii benestanti, la ragazza ebbe l’opportunità di studiare in un importante collegio privato, The Highland Manor Boarding School for Girls. Natalie, intanto, cambiò legalmente il suo cognome in Bacal e si risposò con Lee Goldberg. 
Durante gli anni trascorsi in collegio, Betty prese
parte a lezioni di recitazione alla New York School of Theatre ed, in seguito, studiò per un anno all’American Academy of Dramatic Arts.

Il costo molto elevato dei corsi la costrinse ad abbandonare l’istituto dopo il primo anno. Tentò la professione di modella, riuscendo ad ottenere un primo contratto all’età di sedici anni per 30 dollari alla settimana.

Il suo sogno era, tuttavia, di diventare un’attrice. Questo la spinse a visitare locali che erano abitualmente frequentati da personaggi del mondo dello spettacolo, quali il Walgreen’s Drug Store ed il Sardi’s Restaurant, entrambi a New York

Fu in quei luoghi di ritrovo che incontrò il produttore Max Gordon, il regista George Kaufman e l’attore Paul Lukas. Grazie a loro ottenne un ruolo da comparsa nella produzione teatrale Johnny 2x4

L’entusiasmo per aver ottenuto la prima parte la convinse a cambiare il proprio nome, scegliendo Lauren Bacall (aggiungendo una "l" al cognome della madre). Nel 1942, ottenne la prima parte importante in Franklin Street, ma lo show non riscosse un grande successo e chiuse dopo otto settimane.

La delusione per ciò che avrebbe potuto costituire la fine delle sue aspirazioni, la convinse a tornare al lavoro di modella. La rivista Harper’s Magazine le dedicò la copertina ed un servizio di due pagine che attrassero l’attenzione di grandi personaggi del mondo del cinema, tra cui David O. Selznyck e Howard Hawks

Il regista la invitò ad un screen test ad Hollywood che ebbe un tale successo da convincerlo a farle firmare un contratto di sette anni. 

Lei e la madre si trasferirono in un piccolo appartamento di Beverly Hills. Lauren, in attesa di ottenere un ruolo, cominciò a prendere lezioni di recitazione e di canto. La tanto attesa occasione, le si presentò a Natale del 1943, quando Hawks le offrì un test per l’imminente inizio delle riprese di uno dei suoi più celebri film, Acque del Sud

Ottenne la parte ed ebbe la possibilità di recitare al fianco di Humphrey Bogart, protagonista maschile del film, di cui si sarebbe innamorata e che avrebbe sposato nel 1945. Il celebre attore era allora già coniugato e dovette, prima, ottenere il divorzio dalla moglie, Mayo Methot. Bacall aveva appena 19 anni, mentre Bogart ne aveva 44. Nonostante la notevole differenza d’età, la loro fu un’unione felice che durò undici anni, fino alla morte di Humphrey nel 1957.

La Warner Bros. lanciò una grande campagna pubblicitaria per promuovere il film e la giovane attrice. Nel febbraio del 1945, nel quadro di tale attività di promozione, partecipò ad una cerimonia, al National Press Club di Washington. La serata è rimasta celebre per l’esibizione al pianoforte dell’allora vice presidente degli Stati Uniti (e prossimo presidente), Harry S. Truman

Lauren fu invitata dai promotori dell’evento a sedersi sullo stesso pianoforte durante la performance del futuro presidente.
Il film successivo, L’agente confidenziale, al fianco di Charles Boyer, non fu ricevuto bene dalla critica e dal pubblico. 

Per sua fortuna, la popolarità riprese quota con il noir, Il grande sonno, al fianco del marito e diretto ancora da Howard Hawks. 

Basato sul romanzo di Raymond Chandler, la pellicola, grazie anche al suo intreccio di eventi ed alla complessità dei suoi personaggi, è divenuta un classico del genere noir e ottenne un notevole successo di critica e pubblico. L’attrice, dopo soli tre film, era divenuta una celebrità. Paradossalmente, grazie ad un regista, Howard Hawks, conosciuto per le sue posizioni antisemite.





sabato 23 maggio 2015

The Exciters

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo che appare sul n° 87 della nostra rivista che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it




Gli Exciters sono ricordati come il primo dei “girl-groups”, prima ancora di Ronettes e Shangri-Las, a cavallo di quella fase che vede il doowop incrociarsi con il pop e con il nascente soul; non furono proprio un gruppo di ragazze, in quanto insieme a Brenda Reid (voce principale), Lilian Walker e Carol Johnson, prestava servizio come basso Herb Rooney, il cui ruolo, data la particolare formazione, non è evidente come in altre formazioni.

Si formano a Queens, New York, alla fine degli anni cinquanta e all’inizio sono effettivamente un quartetto tutto al femminile con, oltre alle citate, Sylvia Wilbour, loro compagna di scuola; hanno un’età compresa tra i quindici e i diciassette anni e decidono di chiamarsi Masterettes, con il curriculum che vanta un singolo per la Lesage (numero 711), la buona Follow The Leader del 1961.

Contemporaneamente fanno parte della scuderia Lesage anche i Masters, i quali danno alle stampe Crying My Heart Out (b/w I’m Searching), un bel brano chiaramente doowop in cui spicca proprio il basso di Rooney (Lesage 714, 1961).

Rooney trova le armonie delle “colleghe” Masterettes estremamente interessanti, tanto da volersi unire alla formazione (pare dietro spinta di Leiber e Stoller), che a questo punto è un quintetto.

Poco dopo la Wilbour lascia, sostituita per un brevissimo periodo da Penny Carter, dopodichè gli Exciters, così ribattezzati niente meno che da Jerry Leiber e Mike Stoller, sono definitivamente un quartetto (da segnalare che Rooney e la Reid qualche anno dopo convoleranno a nozze).

Il gruppo firma per la United Artists nell’autunno del 1962 e già in dicembre entra nelle classifiche pop di con un brano scritto da Bert Berns, Tell Him, un eccitante (per usare un attributo usato in una recensione dell’epoca) up-tempo a cavallo tra pop e soul, forte di un’eccellente prestazione vocale e di un ricercato arrangiamento orchestrale; in realtà la canzone non è nuova di zecca, essendo già stata realizzata, sempre nel 1962, per il cantante Ed Townshend come Tell Her (Liberty).
(Billboard)

Nel gennaio dell’anno successivo è già al n°4 delle classifiche pop, raggiungendo il quinto posto in quelle r&b e facendo capolino nelle più svariate charts europee, con un discreto quarantaseiesimo posto in quelle inglesi e con un lusinghiero decimo nelle svedesi.

Il pezzo è stato interpretato da numerosi altri artisti, tra cui Sonny And Cher e Laura Branigan. Dean Parrish (1966) e Kenny Loggins (1989) la eseguono come Tell Her, il francese Claude François (1963) come Dis-Lui e Gianni Meccia utilizza l’incipit orchestrale per Il Pupazzo.

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sabato 9 maggio 2015

Rose Maddox and the Maddox Brothers

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Maurizio 'Dr.Feelgood' Faulisi che appare sul n° 87 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 


Emmylou Harris, una delle stelle più importanti e celebrate nella storia della musica country, in una intervista ha malinconicamente affermato come Rose Maddox se ne sia andata senza ricevere il riconoscimento che meritasse.

Non è stata l’unica a esprimersi in tal modo, ma il suo personale punto di vista ha un valore speciale, per le difficoltà affrontate nel farsi accettare dall’industria country di Nashville quando era giovane.

Poco importa, Rose Maddox ha lasciato nel cuore di chi l’ha conosciuta, anche solo attraverso i dischi e quello che libri e riviste di approfondimento musicale raccontavano di lei, un solco tanto profondo da cancellare il pensiero di come sarebbe stato condividere l’ammirazione nei suoi confronti, anziché solo con gli appassionati più fedeli e sinceri, con molti milioni di fan se le riviste di massa l’avessero messa in copertina, il cinema l’avesse lanciata e fosse stata invitata regolarmente negli studi TV.

Poco importa davvero, non credo affatto che maggiore popolarità le avrebbe concesso di fare migliore musica, troppe volte è stato dimostrato il contrario.

E lei di buona musica ne ha fatta davvero tanta, senza nemmeno perder tempo mettendo su famiglia, ma piuttosto prendendo in prestito i nipoti, i figli dei suoi fratelli, per continuare a suonare in un’atmosfera da family band anche negli ultimi anni della sua vita.

Rose era un mito, aveva una personalità forte ed eccentrica, un carattere non facile essendo cresciuta e avendo passato anche buona parte della sua vita, per ragioni professionali, con ben quattro fratelli.

La mia amica Laurie Lewis, artista californiana di fama internazionale, più volte insignita di award per le sue produzioni discografiche bluegrass, alla quale ho chiesto di raccontarmi qualche cosa di Rose, mi ha scritto “E’ stata la prima donna che ho sentito cantare in un disco bluegrass. La scelta delle canzoni e il back up di Bill Monroe e Don Reno nell’album ‘Rose Maddox Sings Bluegrass’ (1962) mi colpì fortemente. Più tardi Rose cominciò a suonare dalle mie parti, in California del nord insieme alla Vern Williams Band, andai molte volte ai suoi concerti. Aveva una grande personalità ‘old time’, grezza e anche rude, ma divertente, sempre carica di straordinaria tensione. Quando saliva sul palco si prendeva tutta l’attenzione, catalizzava l’attenzione di tutto il pubblico tale era il suo carisma”.

Se n’è andata il 15 aprile 1998 a 72 anni, dopo tante complicazioni e malattie che la costrinsero ad esibirsi anche sulla sedia a rotelle. 72 anni possono non essere così tanti, è stata sfortunata, avrebbe potuto cantare canzoni e incidere dischi ancora per qualche anno.

Certo però che di quei 72 anni ben 61 li passò facendo musica. Ne aveva 11 quando cominciò a esibirsi con i fratelli nelle feste locali, e poco di più quando i fratelli, ingaggiati dalla stazione radio KTRB di Modesto, la portarono in onda col risultato che il boss la volle al microfono dell’emittente tutti i giorni per due volte al giorno con i suoi brothers.

La storia dei Maddox non cominciò in California, ma nella più dura Alabama, dove conducevano vita da mezzadri.

Era il 1933 quando decisero di abbandonare casa, terra e la povertà che li circondava per dirigersi verso la California, già nei sogni di mamma Lulu prima che cominciassero a pubblicizzare il Golden State come la Terra Promessa in cui rifarsi una vita.

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lunedì 27 aprile 2015

DINO

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Augusto Morini  che appare sul n° 87 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

Nato a Verona il 3 maggio 1948, Eugenio Zambelli si appassiona al canto fin da piccolo e ha le prime esperienze all’asilo, cantando con l’accompagnamento di un organo suonato dalla maestra. 

Dalla metà degli anni ’50 inizia a partecipare a vari concorsi musicali locali e nel 1959 gli capita di incrociare la concittadina Gigliola Cinquetti anch’essa impegnata a farsi strada nel canto. 

Verso la fine del 1961 viene notato dal musicista Ennio Ottofaro il quale gli propone di diventare il cantante dei Kings, un gruppo veronese alla ricerca di una voce solista. 

Nel 1963 il cantante Teddy Reno è in giro per l’Italia alla ricerca di nuovi talenti per il suo ‘Festival degli Sconosciuti’ di Ariccia (Roma), giunto alla terza edizione. 

Quando Reno è a Verona i Kings si fanno ascoltare e passano la selezione. Però al momento dello svolgimento del festival Eugenio viene iscritto come cantante solista col nome Dino, il suo soprannome che usavano in famiglia in quanto il ragazzo assomigliava al fidanzato di una zia, Dino, appunto, morto in un incidente d’auto. 

A questo punto i Kings vengono iscritti come il suo gruppo d’accompagnamento. Con la canzone Un’anima pura i ragazzi vincono il Festival e ben presto giungono a un contratto discografico con la RCA Italiana, la quale li ingaggia come Dino e i Kings per la ARC, una nuova etichetta che è in procinto di lanciare, dedicata alle nuove leve della musica italiana. 

All’inizio del 1964 esce il primo singolo, a nome Dino e i Kings, con Eravamo amici, scritta da Shel Shapiro dei Rokes. Il brano poi partecipa al Cantagiro, nel girone B, ottiene un ottimo successo di pubblico e si guadagna un onorevole secondo posto nella classifica ‘Giovani’. 

In autunno il secondo singolo contiene Te lo leggo negli occhi, scritto da Sergio Endrigo e a nome del solo Dino, mentre il retro Cerca di capire, a nome Dino e i Kings, è una cover in italiano di I should have known better dei Beatles.
  
Della primavera del 1965 è Il ballo della bussola, terzo singolo nel quale Dino canta entrambi i pezzi col solo accompagnamento orchestrale. 

E’ un ottimo successo al Cantagiro di quell’anno ma nel frattempo è maturata la scissione fra il cantante e i Kings, contrari alla linea scelta da Dino e dalla ARC di utilizzare arrangiamenti orchestrali per le incisioni. 

Comunque il cantante ha bisogno di un gruppo, che trova nei Misfits, sempre di Verona, e che diventa la sua nuova band dal vivo col nome Rollicks.

Mentre nel 1964 aveva partecipato al film ‘La Congiuntura’, cantando in un night Amico va con l’accompagnamento dei Kings e Te lo leggo negli occhi, nel corso del 1965 Dino partecipa a ben quattro film: Questo pazzo, pazzo mondo della canzone’ dove canta Così come sei, ‘Menage all'italiana’ dove, accompagnato dai Rollicks, canta La stella dell’addio e Ho messo gli occhi su di te, ‘Altissima pressione’ del quale è interprete principale e dove canta Il ragazzo di ghiaccio e infine ‘Le sedicenni’ dove canta Sai sai sai.





lunedì 13 aprile 2015

Mickey Rooney

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Agostino Bono che appare sul n° 87 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

Lost stars of Hollywood


Mickey Rooney era alto solo un metro e cinquantasette e non certamente un sex simbol. Eppure, ebbe otto mogli, nove figli ed una carriera lunga quasi novanta anni durante la quale fu protagonista di tantissimi film di successo.

Figlio di una coppia di artisti di vaudeville, cominciò a recitare a poco meno di due anni in uno degli spettacoli messi in scena dai genitori. Fu, dunque, un bambino prodigio dello spettacolo di varietà ed, in seguito, del cinema. 

Nonostante avesse dato il meglio di se negli anni trenta e quaranta, riuscì a prolungare la propria carriera in età adulta, mantenendo sempre uno standard di recitazione alto. A ciò contribuirono la sua voglia di vivere e la sua grande passione per il lavoro che, in un certo qual modo, sopperirono ad altre qualità che gli mancavano.

Nacque il 23 aprile 1920, come Joseph Yule Jr. Il papà, Joe Yule, era di origine scozzesi, e la mamma, Nell, una chorus girl di Kansas City. 

La coppia era sempre in tournèe negli Stati Uniti, dando spettacoli nelle maggiori città. Nel 1924, tuttavia, Joe e Nell si separarono ed il piccolo Joseph rimase con la mamma. I due si trasferirono in California, ma la vita, agli inizi, non fu facile per la giovane madre che, senza un lavoro fisso, dovette chiedere aiuto ai propri genitori per sopravvivere. 

Il suo merito fu quello di credere nelle qualità del figlio e di intravedere in lui un potenziale grande attore. Le sue sensazioni furono confermate nel 1926, quando il piccolo Joseph ottenne la parte del nano nel film Not to be trusted. Non fu un grande successo, ma servì ad introdurlo nel mondo del cinema.

Di lì a poco, grazie alle conoscenze della madre, avrebbe ottenuto il ruolo di Mickey McGuire, un noto personaggio dei fumetti che alcuni produttori avevano deciso di trasferire sul grande schermo per girare una serie di brevi commedie. 

Fu il ruolo che gli cambiò la carriera. La serie durò dal 1927 (anno in cui recitò in ‘Mickey’s Circus’) fino al 1934 (quando la serie terminò con ‘Mickey’s Medicine Man’). Fu proprio all’inizio di questo fortunato programma che i produttori scelsero per lui il nome d’arte di Mickey Rooney.

Nella seconda metà degli anni trenta, fu un’altra serie a farlo conoscere e diventare una star assoluta, Un affare di famiglia. Stavolta, vestì i panni di Andy Hardy, il figlio mascalzone del giudice James K. Hardy, interpretato da Lionel Barrymore

Tra il 1937 ed il 1946 recitò in 13 film, imperniati sulle vicende dell’omonima famiglia, raggiungendo una popolarità senza precedenti e diventando un simbolo per i suoi coetanei in un paese che stava recuperando dagli effetti devastanti della Grande Depressione e si apprestava a giocare un ruolo decisivo nella Seconda Guerra Mondiale.


Quando il paese entrò nel conflitto, Mickey diede il suo contributo, arruolandosi e servendo per 21 mesi. 
Durante questo periodo, fu anche in Europa ed organizzò una serie di spettacoli per le forze armate dal vivo e per radio, attraverso l’American Forces Network.

Il decennio fu, comunque, caratterizzato da altri film di successo. Accanto a due giganti come Spencer Tracy e Lionel Barrymore in Capitani coraggiosi ed il solo Tracy in La città dei ragazzi, il giovane Rooney resse il confronto alla grande. 

Il pubblico lo adorava: dal 1939 al 1941, fu l’artista numero uno al box office negli Stati Uniti e di questo ne andò orgoglioso per tutta la vita, come spesso ricordava durante le interviste o le apparizioni in televisione.

I primi anni quaranta furono anche gli anni del sodalizio con Judy Garland. I due diventarono una delle coppie più famose del grande schermo e grandi amici anche nella vita privata. Oltre ad alcuni film della serie di Andy Hardy, recitarono insieme in alcuni musical del maestro Busby Berkeley. Tra gli altri, Musica Indiavolata e I ragazzi di Broadway.

A partire dal dopo guerra, i ruoli che ottenne non furono all’altezza dei precedenti. 

Cambiò tipo di personaggio, riuscendo ad essere molto convincente in alcuni film minori che riscossero un discreto successo grazie alle sue prestazioni: Il terrore corre sull’autostrada, nella parte del meccanico che finisce con l’essere coinvolto in una rapina, per colpa di una donna della quale si era innamorato; La soglia dell’inferno, nella parte del Sergente Dooley, un war movie ambientato in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale; e Faccia d’angelo, nei panni di Lester Gillis, uno dei criminali più pericolosi e ricercati dalla polizia negli anni trenta.