sabato 30 maggio 2015

LAUREN BACALL

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Agostino Bono che appare sul n° 88 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

Betty Joan Perske nacque, da genitori ebrei, il 16 settembre 1924 a New York. La madre, Natalie Weinstein Bacal, era nata in Romania, ed il padre, William Perse, negli Stati Uniti da genitori polacchi. 

La coppia divorziò quando Joan era ancora una bambina. Il padre, rappresentante di apparecchi medici, abbandonò, ben presto, anche la figlia, per cui fu la madre a prendersi cura della piccola Betty. 

Agli inizi degli anni trenta, le due si traferirono a Brooklyn, dove, grazie al supporto economico di alcuni zii benestanti, la ragazza ebbe l’opportunità di studiare in un importante collegio privato, The Highland Manor Boarding School for Girls. Natalie, intanto, cambiò legalmente il suo cognome in Bacal e si risposò con Lee Goldberg. 
Durante gli anni trascorsi in collegio, Betty prese
parte a lezioni di recitazione alla New York School of Theatre ed, in seguito, studiò per un anno all’American Academy of Dramatic Arts.

Il costo molto elevato dei corsi la costrinse ad abbandonare l’istituto dopo il primo anno. Tentò la professione di modella, riuscendo ad ottenere un primo contratto all’età di sedici anni per 30 dollari alla settimana.

Il suo sogno era, tuttavia, di diventare un’attrice. Questo la spinse a visitare locali che erano abitualmente frequentati da personaggi del mondo dello spettacolo, quali il Walgreen’s Drug Store ed il Sardi’s Restaurant, entrambi a New York

Fu in quei luoghi di ritrovo che incontrò il produttore Max Gordon, il regista George Kaufman e l’attore Paul Lukas. Grazie a loro ottenne un ruolo da comparsa nella produzione teatrale Johnny 2x4

L’entusiasmo per aver ottenuto la prima parte la convinse a cambiare il proprio nome, scegliendo Lauren Bacall (aggiungendo una "l" al cognome della madre). Nel 1942, ottenne la prima parte importante in Franklin Street, ma lo show non riscosse un grande successo e chiuse dopo otto settimane.

La delusione per ciò che avrebbe potuto costituire la fine delle sue aspirazioni, la convinse a tornare al lavoro di modella. La rivista Harper’s Magazine le dedicò la copertina ed un servizio di due pagine che attrassero l’attenzione di grandi personaggi del mondo del cinema, tra cui David O. Selznyck e Howard Hawks

Il regista la invitò ad un screen test ad Hollywood che ebbe un tale successo da convincerlo a farle firmare un contratto di sette anni. 

Lei e la madre si trasferirono in un piccolo appartamento di Beverly Hills. Lauren, in attesa di ottenere un ruolo, cominciò a prendere lezioni di recitazione e di canto. La tanto attesa occasione, le si presentò a Natale del 1943, quando Hawks le offrì un test per l’imminente inizio delle riprese di uno dei suoi più celebri film, Acque del Sud

Ottenne la parte ed ebbe la possibilità di recitare al fianco di Humphrey Bogart, protagonista maschile del film, di cui si sarebbe innamorata e che avrebbe sposato nel 1945. Il celebre attore era allora già coniugato e dovette, prima, ottenere il divorzio dalla moglie, Mayo Methot. Bacall aveva appena 19 anni, mentre Bogart ne aveva 44. Nonostante la notevole differenza d’età, la loro fu un’unione felice che durò undici anni, fino alla morte di Humphrey nel 1957.

La Warner Bros. lanciò una grande campagna pubblicitaria per promuovere il film e la giovane attrice. Nel febbraio del 1945, nel quadro di tale attività di promozione, partecipò ad una cerimonia, al National Press Club di Washington. La serata è rimasta celebre per l’esibizione al pianoforte dell’allora vice presidente degli Stati Uniti (e prossimo presidente), Harry S. Truman

Lauren fu invitata dai promotori dell’evento a sedersi sullo stesso pianoforte durante la performance del futuro presidente.
Il film successivo, L’agente confidenziale, al fianco di Charles Boyer, non fu ricevuto bene dalla critica e dal pubblico. 

Per sua fortuna, la popolarità riprese quota con il noir, Il grande sonno, al fianco del marito e diretto ancora da Howard Hawks. 

Basato sul romanzo di Raymond Chandler, la pellicola, grazie anche al suo intreccio di eventi ed alla complessità dei suoi personaggi, è divenuta un classico del genere noir e ottenne un notevole successo di critica e pubblico. L’attrice, dopo soli tre film, era divenuta una celebrità. Paradossalmente, grazie ad un regista, Howard Hawks, conosciuto per le sue posizioni antisemite.





sabato 23 maggio 2015

The Exciters

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo che appare sul n° 87 della nostra rivista che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it




Gli Exciters sono ricordati come il primo dei “girl-groups”, prima ancora di Ronettes e Shangri-Las, a cavallo di quella fase che vede il doowop incrociarsi con il pop e con il nascente soul; non furono proprio un gruppo di ragazze, in quanto insieme a Brenda Reid (voce principale), Lilian Walker e Carol Johnson, prestava servizio come basso Herb Rooney, il cui ruolo, data la particolare formazione, non è evidente come in altre formazioni.

Si formano a Queens, New York, alla fine degli anni cinquanta e all’inizio sono effettivamente un quartetto tutto al femminile con, oltre alle citate, Sylvia Wilbour, loro compagna di scuola; hanno un’età compresa tra i quindici e i diciassette anni e decidono di chiamarsi Masterettes, con il curriculum che vanta un singolo per la Lesage (numero 711), la buona Follow The Leader del 1961.

Contemporaneamente fanno parte della scuderia Lesage anche i Masters, i quali danno alle stampe Crying My Heart Out (b/w I’m Searching), un bel brano chiaramente doowop in cui spicca proprio il basso di Rooney (Lesage 714, 1961).

Rooney trova le armonie delle “colleghe” Masterettes estremamente interessanti, tanto da volersi unire alla formazione (pare dietro spinta di Leiber e Stoller), che a questo punto è un quintetto.

Poco dopo la Wilbour lascia, sostituita per un brevissimo periodo da Penny Carter, dopodichè gli Exciters, così ribattezzati niente meno che da Jerry Leiber e Mike Stoller, sono definitivamente un quartetto (da segnalare che Rooney e la Reid qualche anno dopo convoleranno a nozze).

Il gruppo firma per la United Artists nell’autunno del 1962 e già in dicembre entra nelle classifiche pop di con un brano scritto da Bert Berns, Tell Him, un eccitante (per usare un attributo usato in una recensione dell’epoca) up-tempo a cavallo tra pop e soul, forte di un’eccellente prestazione vocale e di un ricercato arrangiamento orchestrale; in realtà la canzone non è nuova di zecca, essendo già stata realizzata, sempre nel 1962, per il cantante Ed Townshend come Tell Her (Liberty).
(Billboard)

Nel gennaio dell’anno successivo è già al n°4 delle classifiche pop, raggiungendo il quinto posto in quelle r&b e facendo capolino nelle più svariate charts europee, con un discreto quarantaseiesimo posto in quelle inglesi e con un lusinghiero decimo nelle svedesi.

Il pezzo è stato interpretato da numerosi altri artisti, tra cui Sonny And Cher e Laura Branigan. Dean Parrish (1966) e Kenny Loggins (1989) la eseguono come Tell Her, il francese Claude François (1963) come Dis-Lui e Gianni Meccia utilizza l’incipit orchestrale per Il Pupazzo.

..continua sul n°87 di Jamboree Magazine.



sabato 9 maggio 2015

Rose Maddox and the Maddox Brothers

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Maurizio 'Dr.Feelgood' Faulisi che appare sul n° 87 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 


Emmylou Harris, una delle stelle più importanti e celebrate nella storia della musica country, in una intervista ha malinconicamente affermato come Rose Maddox se ne sia andata senza ricevere il riconoscimento che meritasse.

Non è stata l’unica a esprimersi in tal modo, ma il suo personale punto di vista ha un valore speciale, per le difficoltà affrontate nel farsi accettare dall’industria country di Nashville quando era giovane.

Poco importa, Rose Maddox ha lasciato nel cuore di chi l’ha conosciuta, anche solo attraverso i dischi e quello che libri e riviste di approfondimento musicale raccontavano di lei, un solco tanto profondo da cancellare il pensiero di come sarebbe stato condividere l’ammirazione nei suoi confronti, anziché solo con gli appassionati più fedeli e sinceri, con molti milioni di fan se le riviste di massa l’avessero messa in copertina, il cinema l’avesse lanciata e fosse stata invitata regolarmente negli studi TV.

Poco importa davvero, non credo affatto che maggiore popolarità le avrebbe concesso di fare migliore musica, troppe volte è stato dimostrato il contrario.

E lei di buona musica ne ha fatta davvero tanta, senza nemmeno perder tempo mettendo su famiglia, ma piuttosto prendendo in prestito i nipoti, i figli dei suoi fratelli, per continuare a suonare in un’atmosfera da family band anche negli ultimi anni della sua vita.

Rose era un mito, aveva una personalità forte ed eccentrica, un carattere non facile essendo cresciuta e avendo passato anche buona parte della sua vita, per ragioni professionali, con ben quattro fratelli.

La mia amica Laurie Lewis, artista californiana di fama internazionale, più volte insignita di award per le sue produzioni discografiche bluegrass, alla quale ho chiesto di raccontarmi qualche cosa di Rose, mi ha scritto “E’ stata la prima donna che ho sentito cantare in un disco bluegrass. La scelta delle canzoni e il back up di Bill Monroe e Don Reno nell’album ‘Rose Maddox Sings Bluegrass’ (1962) mi colpì fortemente. Più tardi Rose cominciò a suonare dalle mie parti, in California del nord insieme alla Vern Williams Band, andai molte volte ai suoi concerti. Aveva una grande personalità ‘old time’, grezza e anche rude, ma divertente, sempre carica di straordinaria tensione. Quando saliva sul palco si prendeva tutta l’attenzione, catalizzava l’attenzione di tutto il pubblico tale era il suo carisma”.

Se n’è andata il 15 aprile 1998 a 72 anni, dopo tante complicazioni e malattie che la costrinsero ad esibirsi anche sulla sedia a rotelle. 72 anni possono non essere così tanti, è stata sfortunata, avrebbe potuto cantare canzoni e incidere dischi ancora per qualche anno.

Certo però che di quei 72 anni ben 61 li passò facendo musica. Ne aveva 11 quando cominciò a esibirsi con i fratelli nelle feste locali, e poco di più quando i fratelli, ingaggiati dalla stazione radio KTRB di Modesto, la portarono in onda col risultato che il boss la volle al microfono dell’emittente tutti i giorni per due volte al giorno con i suoi brothers.

La storia dei Maddox non cominciò in California, ma nella più dura Alabama, dove conducevano vita da mezzadri.

Era il 1933 quando decisero di abbandonare casa, terra e la povertà che li circondava per dirigersi verso la California, già nei sogni di mamma Lulu prima che cominciassero a pubblicizzare il Golden State come la Terra Promessa in cui rifarsi una vita.

..continua sul n°87 di Jamboree Magazine.


lunedì 27 aprile 2015

DINO

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Augusto Morini  che appare sul n° 87 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

Nato a Verona il 3 maggio 1948, Eugenio Zambelli si appassiona al canto fin da piccolo e ha le prime esperienze all’asilo, cantando con l’accompagnamento di un organo suonato dalla maestra. 

Dalla metà degli anni ’50 inizia a partecipare a vari concorsi musicali locali e nel 1959 gli capita di incrociare la concittadina Gigliola Cinquetti anch’essa impegnata a farsi strada nel canto. 

Verso la fine del 1961 viene notato dal musicista Ennio Ottofaro il quale gli propone di diventare il cantante dei Kings, un gruppo veronese alla ricerca di una voce solista. 

Nel 1963 il cantante Teddy Reno è in giro per l’Italia alla ricerca di nuovi talenti per il suo ‘Festival degli Sconosciuti’ di Ariccia (Roma), giunto alla terza edizione. 

Quando Reno è a Verona i Kings si fanno ascoltare e passano la selezione. Però al momento dello svolgimento del festival Eugenio viene iscritto come cantante solista col nome Dino, il suo soprannome che usavano in famiglia in quanto il ragazzo assomigliava al fidanzato di una zia, Dino, appunto, morto in un incidente d’auto. 

A questo punto i Kings vengono iscritti come il suo gruppo d’accompagnamento. Con la canzone Un’anima pura i ragazzi vincono il Festival e ben presto giungono a un contratto discografico con la RCA Italiana, la quale li ingaggia come Dino e i Kings per la ARC, una nuova etichetta che è in procinto di lanciare, dedicata alle nuove leve della musica italiana. 

All’inizio del 1964 esce il primo singolo, a nome Dino e i Kings, con Eravamo amici, scritta da Shel Shapiro dei Rokes. Il brano poi partecipa al Cantagiro, nel girone B, ottiene un ottimo successo di pubblico e si guadagna un onorevole secondo posto nella classifica ‘Giovani’. 

In autunno il secondo singolo contiene Te lo leggo negli occhi, scritto da Sergio Endrigo e a nome del solo Dino, mentre il retro Cerca di capire, a nome Dino e i Kings, è una cover in italiano di I should have known better dei Beatles.
  
Della primavera del 1965 è Il ballo della bussola, terzo singolo nel quale Dino canta entrambi i pezzi col solo accompagnamento orchestrale. 

E’ un ottimo successo al Cantagiro di quell’anno ma nel frattempo è maturata la scissione fra il cantante e i Kings, contrari alla linea scelta da Dino e dalla ARC di utilizzare arrangiamenti orchestrali per le incisioni. 

Comunque il cantante ha bisogno di un gruppo, che trova nei Misfits, sempre di Verona, e che diventa la sua nuova band dal vivo col nome Rollicks.

Mentre nel 1964 aveva partecipato al film ‘La Congiuntura’, cantando in un night Amico va con l’accompagnamento dei Kings e Te lo leggo negli occhi, nel corso del 1965 Dino partecipa a ben quattro film: Questo pazzo, pazzo mondo della canzone’ dove canta Così come sei, ‘Menage all'italiana’ dove, accompagnato dai Rollicks, canta La stella dell’addio e Ho messo gli occhi su di te, ‘Altissima pressione’ del quale è interprete principale e dove canta Il ragazzo di ghiaccio e infine ‘Le sedicenni’ dove canta Sai sai sai.





lunedì 13 aprile 2015

Mickey Rooney

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Agostino Bono che appare sul n° 87 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

Lost stars of Hollywood


Mickey Rooney era alto solo un metro e cinquantasette e non certamente un sex simbol. Eppure, ebbe otto mogli, nove figli ed una carriera lunga quasi novanta anni durante la quale fu protagonista di tantissimi film di successo.

Figlio di una coppia di artisti di vaudeville, cominciò a recitare a poco meno di due anni in uno degli spettacoli messi in scena dai genitori. Fu, dunque, un bambino prodigio dello spettacolo di varietà ed, in seguito, del cinema. 

Nonostante avesse dato il meglio di se negli anni trenta e quaranta, riuscì a prolungare la propria carriera in età adulta, mantenendo sempre uno standard di recitazione alto. A ciò contribuirono la sua voglia di vivere e la sua grande passione per il lavoro che, in un certo qual modo, sopperirono ad altre qualità che gli mancavano.

Nacque il 23 aprile 1920, come Joseph Yule Jr. Il papà, Joe Yule, era di origine scozzesi, e la mamma, Nell, una chorus girl di Kansas City. 

La coppia era sempre in tournèe negli Stati Uniti, dando spettacoli nelle maggiori città. Nel 1924, tuttavia, Joe e Nell si separarono ed il piccolo Joseph rimase con la mamma. I due si trasferirono in California, ma la vita, agli inizi, non fu facile per la giovane madre che, senza un lavoro fisso, dovette chiedere aiuto ai propri genitori per sopravvivere. 

Il suo merito fu quello di credere nelle qualità del figlio e di intravedere in lui un potenziale grande attore. Le sue sensazioni furono confermate nel 1926, quando il piccolo Joseph ottenne la parte del nano nel film Not to be trusted. Non fu un grande successo, ma servì ad introdurlo nel mondo del cinema.

Di lì a poco, grazie alle conoscenze della madre, avrebbe ottenuto il ruolo di Mickey McGuire, un noto personaggio dei fumetti che alcuni produttori avevano deciso di trasferire sul grande schermo per girare una serie di brevi commedie. 

Fu il ruolo che gli cambiò la carriera. La serie durò dal 1927 (anno in cui recitò in ‘Mickey’s Circus’) fino al 1934 (quando la serie terminò con ‘Mickey’s Medicine Man’). Fu proprio all’inizio di questo fortunato programma che i produttori scelsero per lui il nome d’arte di Mickey Rooney.

Nella seconda metà degli anni trenta, fu un’altra serie a farlo conoscere e diventare una star assoluta, Un affare di famiglia. Stavolta, vestì i panni di Andy Hardy, il figlio mascalzone del giudice James K. Hardy, interpretato da Lionel Barrymore

Tra il 1937 ed il 1946 recitò in 13 film, imperniati sulle vicende dell’omonima famiglia, raggiungendo una popolarità senza precedenti e diventando un simbolo per i suoi coetanei in un paese che stava recuperando dagli effetti devastanti della Grande Depressione e si apprestava a giocare un ruolo decisivo nella Seconda Guerra Mondiale.


Quando il paese entrò nel conflitto, Mickey diede il suo contributo, arruolandosi e servendo per 21 mesi. 
Durante questo periodo, fu anche in Europa ed organizzò una serie di spettacoli per le forze armate dal vivo e per radio, attraverso l’American Forces Network.

Il decennio fu, comunque, caratterizzato da altri film di successo. Accanto a due giganti come Spencer Tracy e Lionel Barrymore in Capitani coraggiosi ed il solo Tracy in La città dei ragazzi, il giovane Rooney resse il confronto alla grande. 

Il pubblico lo adorava: dal 1939 al 1941, fu l’artista numero uno al box office negli Stati Uniti e di questo ne andò orgoglioso per tutta la vita, come spesso ricordava durante le interviste o le apparizioni in televisione.

I primi anni quaranta furono anche gli anni del sodalizio con Judy Garland. I due diventarono una delle coppie più famose del grande schermo e grandi amici anche nella vita privata. Oltre ad alcuni film della serie di Andy Hardy, recitarono insieme in alcuni musical del maestro Busby Berkeley. Tra gli altri, Musica Indiavolata e I ragazzi di Broadway.

A partire dal dopo guerra, i ruoli che ottenne non furono all’altezza dei precedenti. 

Cambiò tipo di personaggio, riuscendo ad essere molto convincente in alcuni film minori che riscossero un discreto successo grazie alle sue prestazioni: Il terrore corre sull’autostrada, nella parte del meccanico che finisce con l’essere coinvolto in una rapina, per colpa di una donna della quale si era innamorato; La soglia dell’inferno, nella parte del Sergente Dooley, un war movie ambientato in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale; e Faccia d’angelo, nei panni di Lester Gillis, uno dei criminali più pericolosi e ricercati dalla polizia negli anni trenta. 



martedì 31 marzo 2015

DON GIBSON



Carissimi lettori,

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Nato a Shelby, North Carolina, il 3 aprile 1928, Donald Eugene Gibson a soli due anni rimane orfano del padre, crescendo così con la madre Mary e i quattro fratelli maggiori.

Prestissimo inizia ad interessarsi alla musica, ascoltando alla radio gli artisti country degli anni ‘30s, e a otto anni abbandona gli studi, cosa che poi da adulto rimpiangerà moltissimo.

Nei primi anni ’40 riesce a ottenere una chitarra, che impara da solo a suonare, e qualche anno dopo lui e due amici, Ned Costner, violino, e Curly Sisk, chitarra, formano i Sons of Soil e cercano di farsi le ossa suonando ovunque sia possibile.

Nel 1948 i soli Gibson e Sisk ottengono un ingaggio per suonare alla locale stazione radio WOHS e poco dopo i due entrano a far parte degli Hi-Lighters una band organizzata dalla stessa stazione radio, nella quale Gibson funge da cantante.

L’anno dopo la formazione viene notata dal produttore Murray Nash dell’etichetta Mercury il quale propone loro un contratto e in breve vengono registrate alcune canzoni che sono pubblicate recuperando il nome Sons of Soil.

Fra i quattro brani figura ‘Why am I so lonely’, prima composizione di Gibson ad apparire su disco, il cui titolo (Perché sono così solo?) preannuncia la sua caratteristica di comporre canzoni con contenuti di ‘solitudine’, ‘tristezza’ e ‘amori perduti’, che poi gli varrà il titolo di ‘The Sad Poet’ (Il Poeta Triste).

Nel 1950 Gibson lavora nella formazione ‘The King Cotton Kinfolks’, che suona principalmente musica honky tonk.

A ottobre registrano un demo da presentare a Steve Sholes, funzionario della RCA Victor (che qualche anno dopo farà il ‘colpaccio’ portando Elvis Presley alla RCA), il quale li ingaggia.

I diversi titoli che pubblicano non hanno molto riscontro ma permettono loro di farsi conoscere e ottenere un regolare ingaggio al ‘Tennessee Barn Dance’, un programma trasmesso dal vivo dalla radio WNOX di Knoxville, Tennessee, nella quale Gibson poi lavorerà per anni.

Fra il 1952 e il 1954 il cantante si lega all’etichetta Columbia per la quale registra una dozzina di canzoni che, sebbene dimostrino la sua crescita qualitativa, non hanno particolare successo.

Dopo diverso tempo dedicato a sviluppare la composizione, nel 1955 è a Nashville dove conosce Wesley Rose, uno dei proprietari della casa editrice Acuff-Rose, il quale gli offre un contratto come compositore e gliene procura un altro con l’etichetta MGM.

Con quest’ultima Gibson ottiene nel 1956 il suo primo successo arrivando al n.9 della classifica country con la sua ‘Sweet dreams’ mentre, in contemporanea, la cover di Faron Young dello stesso titolo arriva al n.3.

Dopo qualche altro singolo su MGM, nel 1957 il cantante ritorna alla RCA Victor dove inizia a lavorare col chitarrista e produttore Chet Atkins.



sabato 14 marzo 2015

Cellograf Simp story

Carissimi lettori,

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Verso la fine degli anni ’50 era attiva a Baranzate di Bollate (Milano) la ditta Cellograf-Simp, creata e diretta da Natale Sciascia, specializzata nella lavorazione di materie plastiche.

Fra i prodotti finali commercializzati dalla ditta figuravano, ad esempio, targhe pubblicitarie per gelati e bevande, calendarietti pubblicitari, etichette pubblicitarie adesive e altro.

Nel corso del 1959 Natale Sciascia, assiduo frequentatore del dancing milanese ‘Arenella’, entra colà in contatto col clarinettista Felix Cameroni e la sua orchestra, fra i componenti della quale figura anche Gino Mescoli, giovane mantovano già da alcuni anni attivo a Milano come musicista, compositore e arrangiatore.

In quel periodo stava guadagnando il favore del pubblico un genere di 45 giri di plastica flessibile (detti poi comunemente ‘flexi-disc’) allegati a riviste vendute in edicola o realizzati a scopo pubblicitario per conto di ditte di vario genere.

Alcune delle riviste più attive in questo settore erano la NET (Nuova Enigmistica Tascabile) e, in particolare, la rivista musicale
Il Musichiere, che nel periodo di poco più di due anni (1959-1961) pubblicherà circa un centinaio di questi dischi.



E così dagli incontri fra Sciascia e Mescoli nasce l’idea di avventurarsi in questo campo.

Ma se nel caso del Musichiere i cantanti presentati erano personaggi in genere già noti nel settore musicale (e anche nomi come Sofia Loren e Vittorio De Sica), la Cellograf inizia dando spazio e opportunità a interpreti praticamente sconosciuti che, in certi casi mimetizzati sotto nomi d’arte americaneggianti, interpretano soprattutto canzoni americane popolari in quel momento o, comunque, classici successi ‘standard’
(i cosiddetti ‘evergreens’).

Il successo di questa iniziativa (si arriverà a una media di 800 mila copie a disco) spinge in breve l’azienda a creare una vera e propria etichetta discografica, la Phonocolor, con sede a Milano in via Maffucci 18, di cui la Cellograf diventa distributrice.

Gino Mescoli ne diventa il responsabile artistico ma anche direttore di una propria orchestra che fornirà la base musicale della maggior parte delle incisioni pubblicate dalla nuova etichetta, nella quale confluiscono gli artisti già apparsi sui ‘flexi-disc’ Cellograf.



Fra il 1960 e l’autunno del 1962 la Phonocolor pubblica oltre 200 singoli e svariate decine di dischi EP ed LP annoverando nel catalogo, tra gli altri, nomi quali Carla Riva (aka Lottie Rivers), Paolo Pinti (poi John Foster), le orchestre di Gino Mescoli e Felix Cameroni e, ancora, Spero e i Crazy Rock Boys, Vanna Scotti, Lucia Altieri, Nella Bellero, Febo Conti.

Nell’autunno del 1961 nasce però un’altra etichetta, la Style, nella quale poi, man mano, confluiscono gli artisti della Phonocolor, in quanto viene deciso di concentrare tutta la produzione sotto un unico marchio.

Su etichetta Style si annoverano svariati successi realizzati da artisti Phonocolor e da nuovi arrivi: John Foster (Non finirò d’amarti 1962, Eri un’abitudine 1963, Se tu vuoi 1963, Amore scusami 1964, Io e te 1964, Cominciamo ad amarci 1965, Se questo ballo non finisse mai 1966), Vanna Scotti (1962-1965), Lucia Altieri (Lumicini rossi 1962), The Bad Boys (1966-1967), Franco IV e Franco I (Ho scritto t’amo sulla sabbia 1968, Sole 1969), Emy Cesaroni (1969-1971), I Romans (Nel fondo di un bicchiere 1970, Sole sole mare mare 1971)

A seguito della grande evoluzione dei supporti 45 giri e LP e della concorrenza di numerose aziende discografiche nel 1971 la società decide di chiudere l’attività. Fino a quel momento la Style aveva pubblicato oltre 250 singoli, numerosi EP e una trentina di LP.

Fra il 1963 e il 1967 la Cellograf attiva anche tre altre etichette, Big Ben, Primavera e Oscar, dedicate principalmente alla pubblicazione di musica popolare, canti natalizi e fiabe.