sabato 30 gennaio 2016

Lemmy & Bowie: in memoria di due grandi musicisti

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Luca Selvini  che appare sul n° 90 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it


A soli pochi giorni di distanza due gravi lutti nel mondo musicale ci hanno investito: il 28 dicembre 2015 ci lasciava Lemmy, indimenticato leader dei Mötorhead e icona dell’heavy metal, mentre il 10 gennaio scorso è scomparso David Bowie, camaleontico artista che ha saputo interpretare con gusto personale diversi generi nel corso della sua carriera. Pur diversissimi e in antitesi nel modo di proporsi e proporre la loro musica, i due hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia: il primo orientato verso la “conservazione” del rock più sanguigno e crudo, primitivo e per certi versi immutabile nel tempo, mentre il secondo molto incline alla sperimentazione e al costante rinnovamento, con un occhio rivolto al futuro.
Questa che segue è una panoramica dettagliata sugli esordi di questi due personaggi, che getta luce sul loro percorso artistico attraverso gli anni sessanta, nello spirito appunto di Jamboree.

LEMMY, IL RIBELLE DEL ROCK’N’ROLL

Il protagonista della nostra prima storia nasce la vigilia di Natale del 1945 in un paese chiamato Stoke-on-Trent nell’Inghilterra del Nord- Ovest, battezzato come Ian Frazer Kilmister; suo padre è un ex cappellano militare che dopo pochi mesi dalla nascita del piccolo abbandona la famiglia, che è costretta così a fare vari spostamenti fino a quando si stabilisce provvisoriamente a Madeley; quando Ian compie dieci anni sua madre si risposa con un altro uomo, George Willis, adottandone il cognome per sé e per il figlio e dopo un ulteriore trasloco i Willis vanno ad abitare in una fattoria nell’isola di Anglesey, davanti alle coste del Galles; ed è proprio nei giorni della scuola che Ian, unico inglese in mezzo a tantissimi gallesi comincia ad essere soprannominato dai compagni con il nome di Lemmy. Dotato di un carattere ribelle e avventuroso, verso i tredici anni, affascinato dal Rock’n’Roll impara a suonare la chitarra, più che altro per fare colpo sulle ragazzine, poi dopo aver abbandonato la scuola e iniziato a lavorare in una fabbrica si sposta di nuovo con la famiglia a Conwy e a quindici anni inizia a suonare occasionalmente alle feste e ai compleanni con alcuni compagni finché incontra due ragazzi, un batterista di nome Maldwyn Hughes e un bravo chitarrista chiamato Dave con cui forma il suo primo gruppo, The Sundowners, in seguito ribattezzati col nome di DeeJays a cui si aggiungono ben presto Brian Groves alla voce solista e un bassista di nome John. Poco tempo dopo Ian, sempre col cognome Willis, si aggrega per poco ad un’altra band locale, The Sapphires, di cui si hanno scarse notizie poi nel 1962, stufo di stare in fabbrica e di abitare nel Galles, inizia a vagabondare col sacco a pelo e la chitarra in spalla tra Blackpool e Liverpool, e dopo aver assistito ad un concerto dei Beatles al Cavern, che lo ha letteralmente “fulminato”, si stabilisce definitivamente a Manchester ed entra a far parte del suo primo complesso come professionista, molto apprezzato nella zona per le ottime cover dei successi del momento e con parecchie serate all’attivo. Originariamente questa formazione era un trio conosciuto col nome di Rave-ons composto da Les Jones alla chitarra solista, Dave “Robin” MacDonald al basso e Dave Buckley alla batteria, ma che al tempo in cui Ian si unisce a loro in qualità di chitarrista ritmico e cantante diventa The Rainmakers, a seguito dello scioglimento di un gruppo omonimo della città in cui militava un amico comune, scelta dettata dal fatto che il nome piaceva a tutti quanti. Con loro però l’irrequieto ragazzo rimane pochi mesi e sempre nel 1962 entra a far parte dei Motown Sect, un’ottima band di R&B formata da Stewart Steele alla chitarra solista, Les Standing al basso (poi rimpiazzato da un certo Glyn) e dal batterista Deve Semple, anche lui successivamente sostituito da Kevin Smith.
I Motown Sect nel giro di un paio d’anni si fanno notare oltre che per la durezza dei brani da loro eseguiti, un po’nello stile dei Pretty Things, anche per la lunghezza dei capelli di Ian Willis, decisamente fuori dalla media e per i suoi atteggiamenti anti-conformisti e smodati, soprattutto per quanto riguarda i rapporti sessuali con svariate ragazze e le pasticche di anfetamina, delle quali è già un avvezzo consumatore. Nel 1965, dopo aver visto un concerto dei concittadini Rocking Vickers riesce a persuadere i componenti di quel gruppo a farsi assumere come chitarrista solista, nonostante egli non avesse grande esperienza in quel ruolo; anni dopo lo stesso Lemmy ammetterà che per sorprendere il pubblico e i suoi nuovi compagni faceva molta scena per supplire alle sue carenze tecniche, alzando i volumi, usando molto feedback e sfondando l’amplificatore col manico della sua chitarra. Questa band era nata a Blackpool nel 1963 col nome completo di Reverend Black & The Rocking Vicars, ed era composta da Harry Feney (voce), Alex Hamilton (chitarra), Peter Moorehouse (basso) e Cyril “Ciggy” Shaw (batteria); nel 1964 con l’aggiunta di un secondo chitarrista di nome Ken Hardacre si stabilisce a Manchester perfezionando il proprio modo di presentarsi sul palco, i ragazzi infatti iniziano a vestirsi da prete durante i concerti, col bassista che invece indossa abiti da scolaretto e pantaloncini corti, e tutto ciò una buona dozzina di anni prima che Angus Young degli AC/DC ne facesse il suo marchio di fabbrica! Dopo alcuni inevitabili cambi di organico (Nicholas Gribbon al posto di Hardacre, Ian Holdbrook in sostituzione di Hamilton e Stephen Morris invece del bassista Moorehouse), la band abbrevia il proprio nome e trasforma la parola “Vicars” in “Vickers” per evitare eventuali proteste religiose, dopodiché firma per la Decca e pubblica il suo primo singolo sempre nel ’64: I Go Ape/Someone Like You, e nel 1965 prosegue la sua intensa attività dal vivo arrivando persino a suonare in Yugoslavia (la leggenda dice che lo stesso premier Tito dopo un loro concerto andò a stringere la mano ai ragazzi). In giugno il gruppo va in tour in Finlandia, dove ottiene un’enorme popolarità e i fans del posto accolgono i musicisti con grande entusiasmo, tanto che essi d’ora in avanti iniziano a farsi fotografare vestiti coi costumi tradizionali del popolo Sami. Nella terra delle renne esce un secondo 45 giri sempre su Decca ma solo per il mercato locale: Zing! Went the Strings of My Heart/Stella, dove il lato A è una vibrante cover dei Move, mentre il retro è una canzone in puro stile Merseybeat; questo disco verrà poi ristampato in Inghilterra e Irlanda l’anno dopo. Quando Gribbon e Holdbrook abbandonano, Ian Willis entra nel gruppo che a questo punto diventa un quartetto in pianta stabile e lascia Manchester per trasferirsi a Londra, qui nel marzo del 1966 i Rocking Vickers cambiano etichetta, passano alla CBS e incidono il nuovo singolo, pubblicato nello stesso mese, che comprende il brano di Pete Townshend It's Alright, (praticamente è lo stesso riff di The Kids Are Allright), e che vede sul lato opposto Stay By Me; entrambi i brani mostrano lo stile chitarristico di Lemmy, nervoso e ancora acerbo ma personalissimo; in novembre poi esce l’ultimo 45 giri intitolato Dandy/ I Don't Need Your Kind, la prima è una azzeccata versione di un pezzo dei Kinks di Ray Davies, un po’ più grezza rispetto all’originale, e il secondo è un robusto pezzo di hard beat con la graffiante chitarra di Lemmy in bella evidenza.
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  GLI ESORDI DEL DUCA BIANCO

David Bowie, geniale e poliedrico artista, nasce con il nome di David Robert Jones nel quartiere londinese di Brixton l’8 gennaio del 1947 e sin dalla tenera età rimane attratto dalla musica; suo padre suonava la tromba mentre la madre era pianista e cantante. Nel 1958 impara a suonare l’ukulele e il sassofono mentre nel ‘61 viene invitato dal suo amico George Underwood ad entrare nei Kon-Rads col ruolo di sassofonista – gli altri erano i chitarristi Neville Wills e Alan Dodds, Dave Crook alla batteria e Rocky Shahan al basso. Dopo alcuni cambi di formazione (il cantante Roger Ferris al posto di Underwood e Dave Hadfield in sostituzione di Crook), nel 1962 David, con lo pseudonimo di Dave Jay diventa il cantante ufficiale a seguito di un pestaggio subito da Ferris da parte di alcuni teppisti che lo costringono all’inattività per diverso tempo. Jones, ripreso il suo vero cognome più avanti abbandona la band che non voleva seguirlo nella sua proposta di spostare il repertorio verso il R&B e l’anno successivo ritrova George Underwood con cui forma il trio Hooker Brothers assieme al batterista Viv Andrews; il gruppo ha però vita breve e solo dopo pochi concerti Andrews se ne va e gli altri due gettano le basi per una nuova formazione battezzata King Bees con Roger Bluck, Dave Howard e Bob Allen, rispettivamente alla chitarra, basso e batteria. Con loro Jones contatta il manager Leslie Conn, il quale riesce a spuntare per i suoi assistiti un contratto discografico con la Decca che frutta agli inizi del 1964 il singolo Liza Jane/ Louie, Go Home, disco uscito a nome Davie Jones & The King Bees. Lo scarso successo però manda tutti allo sbando e nell’agosto dello stesso anno Conn introduce Jones in una numerosa band di R&B chiamata The Manish Boys, nome derivato da una canzone di Muddy Waters, i cui componenti erano Johnny Flux, Paul Rodriguez, Woolf Byrne, Johnny Watson, Mick White e Bob Solly, coi quali David il 6 ottobre registra alcuni demo ai Regent Sound Studios; il cantante a questo punto, grazie alla sua travolgente personalità e al suo aspetto stravagante (porta i capelli biondi incredibilmente lunghi per l’epoca), assume la leadership dei Manish Boys che nel marzo del 1965 pubblicano un 45 giri per la Parlophone con la produzione di Shel Talmy: I Pity the Fool/Take My Tip dove il lato B è la prima canzone scritta da Jones; il disco però vende poco e oggi è ricercatissimo dai collezionisti. 
Intanto all’interno del gruppo ci sono continue tensioni tra il cantante e gli altri; una volta i musicisti vengono cacciati da un programma televisivo per via della lunghezza dei capelli del loro leader e così in seguito ad un litigio, Jones dopo aver acconsentito ad accorciarsi la chioma, in primavera lascia i compagni e si unisce ai Lower Third, un complesso fondato nel 1963 che veniva da Margate e comprendeva Denis Taylor alla chitarra, Graham Rivens al basso e Les Mighall alla batteria (sostituito poi da Phil Lancaster); appena arrivato il cantante impone subito le sue idee poi cambia manager assumendo Ralph Horton, costui come prima mossa fa tagliare loro i capelli secondo un’acconciatura in stile “mod” e li fa vestire con camicie di raso e abiti di Carnaby Street; successivamente tra il mese di agosto di quell’anno e il gennaio del 1966 i Lower Third pubblicano un paio di singoli che ottengono una certa notorietà: You've Got a Habit of Leaving/Baby Loves That Way, uscito ancora su Parlophone e Can't Help Thinking About Me/And I Say to Myself, edito questa volta dalla Pye; queste sono tutte composizioni originali di Jones che denotano già un certo stile personale anche se i brani sono debitori di un suono a metà tra pop e “mod-beat” simile a gruppi come Who, Beatles, Herman’s Hermits e Kinks. Accade però che in questo periodo la stampa e le agenzie pubblicitarie focalizzano l’attenzione su David, considerandolo a tutti gli effetti come “il capo” della band e agli inizi di febbraio del ‘66 la frattura con gli altri è
inevitabile: l’eclettico cantante si separa da loro, viene contattato dal manager Ken Pitt, già famoso per aver sotto contratto i Manfred Mann e si mette in cerca di altri musicisti disposti ad accompagnarlo; nascono così i Buzz, formazione composta da John Hutchinson (chitarra), Derek Fearnley (basso), John Eager (batteria) e Derek Boyes (piano e organo); nel frattempo su suggerimento di qualcuno, Jones ha anche cambiato il proprio cognome in quello di Bowie, per non essere confuso col ben più famoso Davy Jones dei Monkees.

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sabato 9 gennaio 2016

WERA NEPY

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di  Augusto Morini  che appare sul n° 89 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 



Nata a Milano il 15 agosto 1931, Vera Nepy viene ben presto indirizzata dal padre Alceo, cantante di musica leggera alla radio, verso la musica lirica ma gli interessi della ragazza sono rivolti al canto ‘leggero’, passione che coltiva fino a che, nel 1945, ha occasione di debuttare al night ’Birra Italia’, situato nella Galleria Vittorio Emanuele di Milano.

Dal 1947 coglie l’occasione di inserirsi nel circuito del teatro di rivista partecipando come comparsa alla rivista ‘Simpatia’, con Walter Chiari e Marisa Maresca. 

A questa faranno poi seguito altre piccole presenze, come soubrette e cantante, in lavori teatrali delle compagnie di Renato Rascel e Nuto Navarrini. 

Successivamente si fa le ossa lavorando per diverso tempo come cantante da orchestra, cosa che la porta anche a viaggiare ed esibirsi all’estero, in particolare in Spagna e Portogallo.

Decisa a sviluppare una vera e propria carriera di cantante
solista, grazie all’incontro col Maestro Cosimo di Ceglie entra in contatto con l’etichetta Carisch con la quale in breve firma un contratto.

Fra agosto e settembre del 1958 le prime uscite sono due singoli su Parlophon, etichetta di origine inglese distribuita in Italia dalla già citata Carisch, ma quasi subito la cantante passa alla più importante etichetta ‘madre’ col 45 giri
contenente Diana, cover del primo grande successo del suo autore canadese Paul Anka, accoppiata a Al chiar di luna porto fortuna, titolo vincente del ‘1° Torneo della Canzone di Pesaro’, svoltosi durante l’estate. 

In entrambi la cantante, dalla voce calda e sensuale e con una presenza molto ‘glamour’, è accompagnata dal complesso de ‘I Diabolici’, che poi sarà presente in diversi altri suoi singoli.


Discografia
78 giri
Diana/Al chiar di luna porto fortuna
Carisch 1078 Ca  (9.1958)

45 giri
Resta cu' mme/Strada 'nfosa
Parlophon/Carisch QMSP 16157 (8.1958)
Non lasciarmi/Simpatica
Parlophon/Carisch QMSP 16186 (9.1958)
Uli-Uli… e/Va, musica d'amore
Parlophon/Carisch QMSP 16196 (12.1958)
Diana/Al chiar di luna porto fortuna 
(con I Diabolici)
Carisch VCA 26024  (9.1958)
You are my destiny/Verlaine 
(con I Diabolici)
Carisch VCA 26030 (12.1958)
Al chiar di luna porto fortuna/Verlaine (con I Diabolici)
Carisch VCA 26035 (1.1959)
Non so difendermi/L'ultimo bacio
Carisch VCA 26037 (1.1959)
Chiamami autunno/Odio il tuo nome
Carisch VCA 26038 (1.1959)
Nessuno/Sempre con te
Carisch VCA 26042  (3.1959)
Amore misterioso/Solo i tuoi baci
Carisch VCA 26043  (3.1959)
Cantando con le lacrime agli occhi/
Serenata celeste
Carisch VCA 26054  (4.1959)
Ladro di baci/Dal principio alla fine
Carisch VCA 26061  (5.1959)
Ladro di baci (disco flexi) 
Red Record/Il Musichiere 20013 (6.1959)
'O destino 'e ll'ate/Vieneme 'nzuonno
Carisch VCA 26063  (7.1959)
Primma e doppo/Primma 'e partì
Carisch VCA 26064  (7.1959)
Cerasella/Passiuncella
Carisch VCA 26065  (7.1959)

lunedì 28 dicembre 2015

Jerry Lee Lewis - Ottantesimo compleanno

Ottantesimo compleanno
29 settembre 1935 2015

Carissimi lettori,

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Originario di Ferriday, Louisiana, e pianista autodidatta dall'età di
8 anni, ha già avuto svariate esperienze musicali amatoriali e semi- professionali quando l'enorme successo riscosso da Elvis Presley lo spinge, nell'autunno del 1956, a rivolgersi alla stessa etichetta che lo ha lanciato, la Sun Records di Memphis. 

Qui lavora come sessionman e a marzo del 1957 pubblica il secondo singolo con Whole lotta shakin'goin' on, n.3 USA a settembre e disco million seller. 

Seguono Great balls of fire (1957),
Breathless (1958) e High School confidential (1958), tutti dischi d'oro che segnano la completa affermazione dell'artista che da radici country e boogie ha saputo creare un personalissimo stile di R'n'R pianistico. 

Il suo grande periodo, solo poco più di un anno, termina quando l'inconsueto matrimonio con la cugina tredicenne Myra Brown scatena l'ostracismo dei benpensanti ed il boicottaggio di un bigotto mondo dello spettacolo. 

Continua a registrare prolificamente per la Sun fino al 1963 ma molto di questo materiale vedrà la luce solo negli anni '70/'80. 

Passato alla Smash, affiliata della Mercury, risale tenacemente la china e fino al 1978 realizza una trentina di album nei quali spazia con maestria nei più svariati generi, R'n'R, country, blues, soul, pop, ritornando una star di prima grandezza soprattutto in campo
country. 

Negli anni '80 realizza alcuni album di studio per Elektra e MCA ma sono soprattutto i numerosi album live tratti dalle sue frequentissime esibizioni negli USA e in Europa a tenere vivo l'interesse su di lui. Nel 1989 il film biografico 'Great Balls of Fire' ne celebra il personaggio, oramai una vera e propria leggenda vivente.

DISCOGRAFIA italiana (in vinile)

In Italia le registrazioni Sun sono state pubblicate principalmente sulle etichette London, Oxford e Green Line, ma esistono anche edizioni su etichette minori quali Penny, Sigla e Entertainers.

Le registrazioni Smash/Mercury sono apparse sulle etichette Philips, Fontana e Mercury, ma anche sulle etichette Curcio e De Agostini.

Delle innumerevoli antologie con artisti vari nelle quali è presente, non sono state considerate quelle nelle quali interpreta solo uno o due titoli mentre, al contrario, sono state inserite le colonne sonore che comprendono, anche se solo uno o due, titoli inediti.

  REGISTRAZIONI SUN

78 GIRI
Great balls of fire/
Mean woman blues
London HL 8529  (3.1958)
You win again/
I'm feeling sorry
London HL 8559  (7.1958)

45 GIRI
Great balls of fire /Mean woman blues
London HL 8529  (3.1958)

You win again /I'm feeling sorry
London HL 8559  (7.1958)

Breathless /Down the line
London HL 8592  (10.1958)

Break up /I'll make it all up to you
London HL 8700  (1.1959)

High school confidential /Fools like me
London HL 8780  (4.1959)


lunedì 14 dicembre 2015

QUANDO I COMPLESSI STRANIERI CANTAVANO IN ITALIANO

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Luca Selvini  che appare sul n° 89 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 

C’era una volta….come dicono le fiabe, un tempo in cui cantanti e gruppi
stranieri che avevano già conquistato il nostro mercato discografico, per compiacere i fans italiani incidevano anche nella nostra lingua alcune versioni di loro successi, di altri artisti o di canzoni italiane scritte appositamente per essi. 

Già dalla fine degli anni cinquanta diversi grossi nomi della musica internazionale si erano cimentati in questa impresa, registrando una sfilza impressionante di titoli cantati nel nostro idioma, tra cui vorremmo ricordare Paul Anka con Diana e Sei Nel Mio Destino (“You Are My Destiny”), tutte del 1958, Neil Sedaka con Esagerata (cover di “Little Devil”, incisa nel 1961) e Il Re dei pagliacci (“King Of The Clown” del 1963) o Gene
Pitney con Quando vedrai la mia ragazza (“When You See My Girl” del 1964) e la celebre Nessuno mi può giudicare, questa volta un brano di autori locali presentato in coppia con Caterina Caselli a Sanremo nel 1966. 

Anche il grande Elvis Presley non sfuggì a questa pratica e nel 1963 registrò la celebre Santa Lucia per il film “Viva Las Vegas”; ma c’erano stati anche Dean Martin con Buona sera signorina, Arrivederci Roma, ‘O Sole Mio, That's Amore, Volare, Torna a Sorrento e molti altri artisti, tra cui Pat Boone che nel 1962 presentò ad un programma RAI la classica Quando, quando, quando (in realtà cantata per metà in italiano e per metà in inglese); Connie Francis, cantante americana che incise molte canzoni nostrane, tra cui Tango della gelosia e La Paloma; il francese Richard Anthony, esecutore di E il treno va, Cin Cin, La mia festa e Il mio mondo, un brano firmato da Umberto Bindi e Gino Paoli, e
parecchie altre glorie tra cui l’indimenticabile Louis Armstrong di Mi va di cantare e Grassa e bella entrambe presentate alla TV italiana nel 1968 e il campione del R&B Wilson Pickett, con l’interpretazione di Un’Avventura al Festival di Sanremo del 1969 in coppia con Lucio Battisti, anche qui però con un cantato metà in italiano e metà nella sua lingua.

Ovviamente il discorso non finirebbe qui e comprenderebbe una lista ben più lunga di cantanti e canzoni che però rischierebbe di “sconfinare” dal mio campo di ricerca e da quello di cui mi occupo abitualmente su queste pagine…e cioè il beat e i gruppi stranieri che decisero ti togliersi lo sfizio di cantare in italiano. Saltando a piè pari quei complessi che si stabilirono in via definitiva qui da noi, e che quindi ebbero tutta una serie di successi scritti ex-novo da autori di casa nostra o scritti di loro pugno ma adattati nella nostra lingua (Rokes, Sorrows, Renegades), di cui mi sono già ampiamente occupato nei numeri scorsi di questa rivista, e sorvolando i venerabili
Primitives di Mal e i Motowns di cui parlerò in dettaglio prossimamente, direi di concentrarci di più sulle formazioni che transitarono brevemente nel nostro paese o di chi addirittura non ci visse mai ma registrò qualcosa nella lingua di Dante. 

Partiamo quindi dall’Olimpo del rock cominciando con i Rolling Stones che pubblicarono una cover di “As Tears Go By” intitolata Con le mie lacrime su singolo Decca nell’aprile del 1966, con il retro “Heart Of Stone” cantata in inglese, ed è divertente sentire la suadente voce di Jagger alle prese con la difficoltà della pronuncia italiana; da ricordare che più o meno nello stesso periodo anche il gruppo jugoslavo (oggi diremmo sloveno, visto che veniva da Capodistria) dei Kameleoni incise una propria versione della stessa canzone, mentre gli Yardbirds sempre nel ‘66 parteciparono a Sanremo con due pezzi che poi pubblicarono su singolo
per la RCA e cioè Paff …Bum (in inglese) e la decisamente bruttina Questa volta, presentandoli al Festival in coppia con Lucio Dalla e con Bobby Solo; l’anno seguente toccò invece agli Hollies con una canzone di Mogol-Battisti intitolata Non prego per me, con Mino Reitano come partner per la manifestazione canora; il 45 giri che ne derivò, pubblicato per la Parlophone, portava sul lato B Devi avere fiducia in me, un brano di autori italiani dall’andamento un po’ più brioso rispetto alla facciata principale (una ballata tutto sommato malinconica e lontana dal repertorio abituale del quintetto di Manchester) una curiosità: nel disco ai cori partecipò lo stesso Lucio Battisti, che il 13 gennaio del 1967 si recò negli studi di Abbey Road a Londra per registrare assieme al gruppo. 

Veniamo ora ai Casuals, band inglese originaria di Lincoln che incise una manciata di dischi nella nostra lingua tra cui la più celebre è senz’altro Jezamine (brano edito su etichetta Joker nel 1968 accoppiato ad Amore, sto dicendo a te!), ma anche Il sole non tramonterà e Alla fine della strada, dischi pubblicati rispettivamente su etichetta CBS e Vogue, il gruppo era noto anche per aver collaborato con Gino Paoli, che scrisse per loro assieme a Greenway e Cooke la canzone Siamo Quattro e con il quale divise a metà un intero LP (una facciata a testa) intitolato appunto Gino Paoli & The Casuals, sempre edito per la CBS nel 1967.

..continua sul n°89 di Jamboree Magazine.


giovedì 3 dicembre 2015

Tremendous Rock ‘N’ Roll con i Goose Bumps !

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'intervista a cura di Maurizio Maiotti che appare sul n° 89 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 


The Goose Bumps sono quattro giovani della provincia di Milano che da un paio
d’anni portano sui palchi la loro musica di chiara ispirazione rockabilly. 

Danny (voce), Elias (chitarra), Carlo (contrabbasso) e Fede (batteria) sono i quattro che, dopo qualche cambio di formazione in passato, sono entrati in studio all’inizio del 2015 per registrare l’album di debutto della band: “Tremendous Rock ‘n’ Roll”, pubblicato nel maggio di quest’anno dalla Rocketman Records di Milano. 

Il sound frizzante e sbarazzino del loro esordio discografico miscela elementi del rock‘n’roll e del rockabilly delle origini ed atmosfere più moderne sapientemente catturate da Ettore Ette Gilardoni di Real Sound, storico studio milanese.

I dieci pezzi del disco, tutti originali ad eccezione di una cover (Morse Code di Don Woody), sono la “raccolta” di pezzi scritti nel corso del tempo dai Goose Bumps e che nella maggior parte dei casi erano già presenti in pianta stabile durante i live show della band.
 
Le tematiche dei testi sono quelle della vita di tutti i giorni e, in particolare, si concentrano sull’amore e la voglia di far festa, tenendo così fede alla tradizione di questo genere che tanto scalpore aveva suscitato nell’America degli anni ’50. 

Il primo singolo estratto da “Tremendous Rock‘n’Roll” è Big Dick, pezzo che parla della “qualità” più nascosta dell’uomo e del quale è stato realizzato un videoclip (regia di Paolo Meroni per Altered Studio) con tanto di pin up e nano ballerino. 

The Goose Bumps sono in tour praticamente continuo per promuovere il loro album d’esordio, toccando anche alcuni dei palchi più importanti del nord Italia.

Ciao ragazzi come state vivendo questa collaborazione con la Rocketman Records? Ci potete raccontare come è nato questo incontro?

La collaborazione con la Rocketman per noi è stato un passo fondamentale verso il poterci considerare una band a tutti gli effetti, che possa contare su un pubblico composto non esclusivamente dai propri amici. 
Abbiamo avuto l’opportunità di lavorare con persone serie e competenti, di poter registrare un album in maniera professionale e di iniziare a farci conoscere attraverso canali che da soli non avremmo potuto raggiungere. 
L’incontro con l’etichetta è avvenuto tramite Antonio Gno Sarubbi, musicista e discografico milanese, che ci ha messi in contatto con l’etichetta e portati in
studio per la prima volta.

Raccontateci un po’ la storia del vostro gruppo, chi siete e quali sono le vostre influenze.

Siamo quattro ragazzi della provincia di Milano che nel 2013 hanno deciso di provare a concretizzare il proprio sogno che era quello di portare sui palchi la propria musica, e per farlo ci è venuto naturale ispirarci prevalentemente a quello che secondo noi sta alla base di tutta la musica che ci è sempre piaciuta, e cioè il rockabilly e il rock’n’roll delle origini. 
Con l’arrivo di Carlo al contrabbasso, alla fine del 2014, abbiamo raggiunto la formazione attuale che vede Danny alla voce, Elias alla chitarra e Fede alla batteria e siamo finalmente entrati in studio per concretizzare il nostro lavoro.

Come vi siete avvicinati al mondo del Rockabilly? Avete sempre suonato questo?

Il Rockabilly, come dicevamo prima, è il genere che più ci appassiona e sicuramente più si avvicina all’idea che abbiamo noi di musica: 
“selvaggia” ma allo stesso tempo divertente e che non ha bisogno di prendersi per forza troppo sul serio. Nonostante questo i nostri ascolti sono molto vari e ognuno di noi nella sua crescita musicale ha avuto modo, con progetti precedenti, di suonare le cose più svariate, dal blues all’indie, dal rock al metal.

Dove suonate abitualmente e dove vi piace più esibirvi?

In poco più di due anni di vita abbiamo avuto modo di fare un centinaio di live show principalmente in Nord Italia e in Svizzera, suonando in situazioni più disperate e davanti a un pubblico molto vario, dal festival con ospiti importanti e “storici”, ai piccoli locali di provincia. 
Se dobbiamo scegliere un posto dove più ci piace suonare sicuramente possiamo dire il Canton Ticino in Svizzera, che per ospitalità, serietà e cultura musicale media della gente ci sembra avanti anni luce rispetto ad alcune situazioni di casa nostra.

Parlateci del vostro disco, vi soddisfa il sound che avete raggiunto?

Il nostro disco di debutto s’intitola Tremendous Rock’n’Roll ed è uscito nel maggio di quest’anno per la Rocketman Records di Milano. 
Contiene nove tracce scritte da noi e una cover di Don Woody, reinterpretata a modo nostro. Molti dei pezzi presenti sull’album li suonavamo dal vivo da più di un anno prima di entrare in studio, per cui col tempo siamo riusciti a dar loro esattamente il sound che avevamo in mente e siamo soddisfatti del risultato finale della registrazione. Ovviamente prendiamo Tremendous Rock‘n’Roll come un punto di partenza per continuare a migliorarci e, si spera, continuare a incidere album in futuro.

..continua sul n°89 di Jamboree Magazine.
 

mercoledì 18 novembre 2015

LESLEY GORE

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo a cura di Augusto Morini  che appare sul n° 89 della nostra rivista  che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it 




Nata il 2 maggio 1946 in una famiglia benestante di Brooklyn, New York City, Lesley Sue Goldstein (Gore è il cognome della madre) cresce a Tenafly, New Jersey.

Appassionata di musica, frequenta ancora la ‘high school’ quando inizia a prendere lezioni di canto a New York. Un giorno, assieme al pianista col quale studia, si reca in uno studio di registrazione dove incide diversi demo.

Questi demo giungono poi nelle mani di Quincy Jones, musicista e produttore per l’etichetta Mercury, il quale la convoca per dei provini.











La cantante e Jones lavorano alla scelta della prima canzone da incidere ascoltando decine di demo e alla fine viene scelta It’s my party che, arrangiata dalla compositrice Ellie Greenwich e prodotta da Jones, viene registrata il 30 marzo 1963 ai Bell Sound Studios di Manhattan.


E’ il febbraio del 1963 e la cantante inglese Helen Shapiro, con alle spalle alcuni anni di grandi successi, si reca negli Stati Uniti per registrare a Nashville il suo terzo album (Helen in Nashville), poi considerato una delle sue cose migliori.

In breve la Columbia pubblica un primo singolo tratto dalle stesse session che, però, non ottiene buoni risultati di pubblico.

I funzionari preposti pensano allora di pubblicarne un secondo col
brano It’s my party ma mentre si preparano all’uscita ecco che appare lo stesso pezzo cantato da una sconosciuta Lesley Gore, titolo che a giugno staziona al n.1 della classifica Pop americana per due settimane e sale al n.9 della classifica inglese.

Il disco diventa un grande hit nazionale guadagnandosi un disco d’oro per oltre un milione di copie vendute.

La cantante, che ha da poco compiuto 17 anni e continua a frequentare la scuola, è oramai avviata nella carriera e continua ad incidere.

A giugno pubblica il suo primo album I’ll cry if I want to (n.24 nella classifica USA degli LP) al quale fanno seguito diversi singoli, Judy’s turn to cry (n.5 USA), She’s a fool (n.5 USA) e You don’t own me (n.2 USA nel febbraio 1964 e secondo disco million seller).

Quest’ultimo brano, dove, semplificando, una ragazza dice con forza al suo ragazzo ‘Io non sono tua’, viene considerato una specie di dichiarazione di emancipazione da parte delle ‘donne’. 


sabato 31 ottobre 2015

The Angels

Carissimi lettori,

oggi vi offriamo un'anteprima dell'articolo che appare sul n° 89 della nostra rivista che potete richiedere collegandovi a www.jamboreemagazine.it

Gli anni a cavallo tra cinquanta e sessanta, sono stati molto favorevoli per i gruppi femminili e si vedano a tal proposito formazioni quali Shirelles, Ronettes, Chantels e tante altre.

Le Angels, tuttora in attività dal 1961, sono ricordate soprattutto per il loro successo del 1963, My Boyfriend’s Back, ma la loro storia parte da più lontano, dal 1960, quando le sorelle Barbara “Bibs” e Phyllis “Jiggs” Allbut, insieme a Bernardette Carrol e Linda Malzone formano le Starlets a Orange, New Jersey, città natale delle sorelle.

Il gruppo incide un singolo per l’oscura etichetta Astro; si tratta del classico P.S I Love You di Johnny Mercer (recante sul retro Where Is My Love Tonight), portato al successo nel 1934 dal crooner Rudy Vallee e successivamente riproposto in innumerevoli versioni.

Il disco non ottiene alcun seguito (ci sarà una seconda possibilità per le ragazze, con Romeo And Juliet, sempre nel ’60) e poco tempo dopo la Malzone cede il posto a Linda Jansen; per giunta il manager Tom DeCillis decide di fare a meno anche di Bernadette Carrol (che avrà un suo lieve successo personale nel 1964 con Party Girl, inciso per la Laurie).

A questo punto le Angels hanno definito l’organico. 
Le cose non vanno bene però, le ormai ex-Starlets falliscono qualche audizione, compresa una con l’importante produttore Gerry Granahan, per cui non resta che tornare agli studi (Barbara viene accettata alla prestigiosa Juilliard School).

Decidono poi di tornare in scena; nel 1961 incidono un nastro dimostrativo contenente la classica Till, successo per Roger Williams qualche anno prima (nota anche nell’edizione di Percy Faith); la versione delle Angels è molto dolce e attira l’attenzione proprio di Gerry Granahan che le ingaggia per la sua etichetta, la Caprice.


..continua sul n°89 di Jamboree Magazine.