Carissimi lettori,
In attesa delle anticipazioni del n.85 di "Jamboree Magazine" di prossima uscita, pubblichiamo parte della Rubrica 'Vintage & Style' dal n.82 luglio/settembre 2013

‘O tempora, o mores!’, come recita il detto di ciceroniana
memoria. La mini si origina nel contesto perfetto di una Londra piacevolmente
‘sconvolta’ dalla frizzante atmosfera di inizio anni ’60, quando
l’anticonformismo e la ‘fantasia al potere’ si diffondono ed esplodono in un
tripudio di caleidoscopiche trasgressioni che coinvolgono i giovani a 360°:
dalla moda al lifestyle, passando per la spiritualità e i valori tutto è
‘nuovo’, ‘rivoluzionario’, ‘diverso’, vissuto all’insegna di quella ‘Freedom’
che, una manciata di anni dopo, fu grido di battaglia di Jimi Hendrix. La mini
nasce ufficialmente nel 1963 e la sua ideazione viene storicamente associata a
una giovane designer, Mary Quant, nata a Blackheat – un sobborgo della città
del Big Ben – nel 1934.
Anticonformista per natura, diplomata al Goldsmith College
of Art, Quant pensa di tradurre in attività professionale ciò che per lei, fino
a quel momento, era stato solo un hobby: creare vestiti.

L’idea le balena in mente una sera, mentre
osserva alcune ragazze che ballano alla taverna del Savoy: “Le ho viste con quelle
sottane sotto al ginocchio che facevano una fatica terribile a tenersi in piedi
con quel ritmo forsennato”, commenta, e il giorno dopo è intenta a disegnare
miniabiti e ad accorciare orli.

La Mini ha dimensioni ridotte, sfreccia scattante
tra le strade della Swinging London affascinando tutti i giovani ribelli.
Quant crea, ispirata dal suo modello, una gonna fatta di
pochi centimetri di stoffa per consentire alle ragazze la massima libertà di
movimento, la liberazione da ogni costrizione, l’indipendenza fisica e morale.
Bazaar è il punto fisso di riferimento per gli under 30 attratti dalle
avanguardie, e si tramuta nella meta fashion per eccellenza a livello mondiale:
nel 1963, i giovani rompono gli schemi creati dalle vecchie generazioni
originando una frattura irreversibile che si esprime anche, e soprattutto, nel
look.

I giovani fruiscono di
un proprio mondo a parte: adorano boutique indirizzate specificamente ad un
target ‘teen’ come Bazaar, Biba, Granny Takes a Trip, solo per citarne alcune.
I Rolling Stones e la Beatlesmania stimolano ed esprimono il loro cotè ribelle.
In un simile contesto, l’impatto sociale della minigonna è potentissimo: la
lunghezza iniziale che Quant ha fissato a due pollici sopra il ginocchio
arriverà, per accentuarne la valenza anticonformista, a diventarne 4, poi 8, in una escalation
progressiva che porterà la mini a ricoprire appena la coscia.
E’ il 1963 quando
le vetrine di Bazaar espongono la prima minigonna: il boom è colossale, anche
grazie ad una felice intuizione di Mary Quant che sceglie Twiggy come sua prima
ed unica testimonial, veicolandone l’immagine internazionale con sapiente
efficacia.

Grandi occhi da cerbiatta, lentiggini spruzzate sul naso, un bob dorato che
richiama al nuovo taglio lanciato - sempre nel 1963 - da Vidal Sassoon, Twiggy
si distanzia fisicamente anni luce dal modello della ‘maggiorata’ fino ad
allora in voga.
Detta le coordinate di un nuovo mood, diretto più a compiacere
il proprio sguardo che quello maschile, e suscita immediatamente l’ammirazione
di una schiera di proseliti dando il via alla moda della ‘donna
grissino’.
Niente fianchi e seno, gambe svettanti e magrissime, Twiggy
– ossia ‘ramoscello’ – diverrà un’icona di stile la cui immagine rimarrà
associata alla minigonna per sempre.
...continua su Jamboree Magazine n°82
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